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22 Jan NUOVE ECONOMIE URBANE. CHI (E PER CHI) STA CAMBIANDO MILANO?

Hanno creato quello che mancava anche a loro stessi, che si davano appuntamento al Parco Nord per correre: un posto in cui lasciare la borsa altrimenti da nascondere in macchina e sperare. Così quattro amici, fra i 40 e i 50 anni, hanno realizzato con l’aiuto del Comune una stazione per runner, hanno rilevato una panetteria a 50 metri dal parco e l’hanno trasformata in un locale con armadietti e docce dove si possono comprare anche accessori per la corsa. «Un anno fa abbiamo aperto la 42 Runstation in fondo a viale Suzzani — spiega Luca Vernaleone, uno dei 4 soci nella startup — oggi abbiamo un centinaio di abbonati e 50 fissi sono alle corse serali, con tante donne che altrimenti dovrebbero rinunciare per motivi di sicurezza. E i conti vanno bene, siamo partiti con 100 mila euro del Comune oltre a 60 mila nostri e siamo vicini al pareggio».
Quelle belle storie che non ti aspetti. Esperienze che a Milano sono, da qualche anno, sempre più frequenti. Iniziative economiche che nascono in relazione a nuovi e vecchi bisogni e che vengono intercettate e stimolate dal Comune grazie a strumenti se vogliamo tradizionali (contributi e servizi di supporto per chi vuole aprire una nuova impresa).
Quello che colpisce è come questi strumenti stiano naturalmente portando a galla un sottoinsieme nuovo di iniziative imprenditoriali. Diverso dalle startup digitali e innovative (che a Milano fioriscono in incubatori e coworking), complementare alle forme di economia più “tradizionale” che costituiscono l’ossatura dell’economia meneghina (finanza, servizi, moda e design, telecomunicazioni, grandi brand, lusso, commercio, multinazionali).
Si tratta di imprese che mescolano diverse caratteristiche: un pizzico di innovazione ed imprenditoria sociale (tipo le Società Benefit), un pizzico di nuovo artigianato (come direbbe Stefano Micelli), una forte attenzione al territorio, alle relazioni, alle persone, (Paolo Venturi e Flaviano Zandonai) le chiamano imprese ibride o imprese coesive), un pizzico di design, capacità di raccontare la propria storia e gestire con attenzione i propri clienti, anche attraverso i social media (competenze che a Milano certo non mancano), e, per finire, come se non bastasse, la promessa di un lavoro denso di senso, perchè capace di trasformare (in meglio) la vita in città.
Il risultato è qualche cosa che forse è ancora difficile definire o decifrare. Ma che sicuramente funziona. Forme di economia per nulla virtuali, fortemente ancorate a luoghi e persone, in grado di reinterpretare mestieri che se non innovano rischiano di scomparire e di dare corpo a lavori a cui ancora non sappiamo dare un nome.
Milano si sta configurando come uno dei pochi posti in Italia in cui tutto questo si condensa con particolare forza. Perchè è nella grande città che si incontrano una domanda sempre più sfaccettata e sofisticata, composta da una molteplicità di nicchie, gusti ed esigenze e capacità di spesa, con una “offerta” di imprenditorialità particolarmente diffusa, fatta di persone capaci, sensibili e competenti che trovano non così peregrina l’idea di diventare “imprenditori di prima generazione”, e che accettano di mettersi in gioco, magari senza sapere bene a cosa vanno incontro, molto spesso iniziando con un impegno part time non troppo dissimile dal progetto coltivato da un freelance, quasi sempre non da soli.
Non è un caso quindi se in città hanno cominciato a fiorire librerie che sono anche luoghi di aggregazione sociale (Gogol & Company, Open ), pasticcerie che non sono solo pasticcerie (Pavè), bar che non sono solo bar (Sarpi Otto, Pause , Coffice), centri di innovazione e spazi di lavoro condiviso che sono anche bar, spazi eventi e servizi per mamme lavoratrici (Avanzi Upcycle , TalentGarden, Copernico , BASE, Impact Hub , PianoC), laboratori che sono anche luoghi di formazione (Wemake , OpenDotLab), mercati comunali che sono anche centri di aggregazione per il quartiere (Mercato di Lorenteggio), ostelli che non sono solo ostelli (Ostello Bello , Gogol’Ostello), parrucchieri che sono salotti, cascine che non solo solo cascine (Mare Culturale Urbano, Cascina Cuccagna; Cascinet, Cascina Martesana , Anguriera Chiaravalle), ex ospedali psichiatrici che si trasformano in ostelli e teatri (Olinda), edicole che non solo solo edicole (Edicola dei sogni di Piazza Cordusio ), ristoranti dove cibarsi anche di musica e teatro (Santeria e Santeria Social Club). E mi fermo qui, solo per citare alcuni tra i casi più noti.
Fare un elenco esaustivo è praticamente impossibile, considerando che ogni tre mesi si scopre qualche cosa di nuovo (il sito socialmilano.org  però sta lavorando ad una mappatura). Ed il punto è proprio questo. Che la città sembra essere in perenne movimento. E quel che colpisce di più la capacità diffusa di produrre potenziali iniziative imprenditoriali. Contenuti per contenitori da rigenerare, nei quartieri più centrali ed in quelli più periferici. Nuove economie urbane che diventano fattore di attrattività turistica e culturale, oltre che generatori di qualità della vita.
Si di tratta  energie e competenze che sono prodotte ed attratte dalla città. Che esistono ed esisterebbero comunque,a prescindere da qualsiasi bando o incentivo. Quello che trovo particolarmente significativo (avendo per lavoro il privilegio di osservare da vicino l’operato di Cristina Tajani  e di un gruppo di assessori incredibilmente competenti) è come il Comune, in questi anni, si sia dimostrato capace di assecondare e facilitare tante di queste energie (con tutti i limiti del caso).
Dall’analisi delle misure destinate al sostegno all’impresa emerge anche una indicazione in più, estremamente interessante. I bandi del Comune,  soprattutto quelli destinati alle imprese in periferia, sono risultati utili proprio per chi si è messo in gioco per la prima volta, senza troppi capitali alle spalle, ed hanno naturalmente intercettato iniziative imprenditoriali con una marcata vocazione sociale o ambientale.
Segno che queste “nuove economie urbane”, di cui riflettiamo da tempo negli appuntamenti dell’associazione Innovare X Includere, esistono, vanno ben oltre i casi di eccellenza raccontati nei convegni dedicati all’imprenditoria sociale, all’economia della condivisione o alla manifattura digitale, e sono costituite da realtà piccole e talvolta piccolissime, tutte da studiare.
Nessuno pensa che solo da qui passa la salvezza dell’economia italiana. Ma, di fronte a grandi imprese in ristrutturazione e professioni in crisi di vocazione, è utile sottolineare che questi sono indubitabilmente posti di lavoro reali. Che prima non c’erano ed oggi ci sono. Imprese che il sistema finanziario non è probabilmente oggi attrezzato per intercettare e sostenere. Ma che esistono.  E che con qualche accortezza possiamo molto probabilmente ambire a rafforzare e moltiplicare, sommandole a quelli che possono generare digitale, biotecnologie, analisi dei dati e internet delle cose. Con un ruolo dell’attore pubblico come (co)investitore responsabile che è tutto da definire.
Se siete arrivati sino a qui, probabilmente penserete che Milano sia una specie di libro dei sogni. E, per quanto possa essere molto facile cadere in questa retorica, ovviamente le cose non stanno così. Anche questo “nuovo mondo” di economia a vocazione sociale è, come tutte le cose, in qualche modo ambivalente. Gran parte delle esperienze citate nell’articolo corrono oggi due forti rischi: quello di scomparire a causa della loro gracilità e della scarsa esperienza imprenditoriale di chi li anima e quello (forse ancor più grave) di generare nuove forme di esclusione ed autoreferenzialità.
Quella “scena economica” che descriviamo come il prodotto di economie di relazioni, costruzione di comunità, beni comuni, spazi che diventano luoghi ed imprese ibride che producono forme di welfare generativo, rischia (a tendere) di essere catalogata più come una specie di “hipster economy”,  figlia di una Milano in fondo sempre fighetta e di un ceto medio altamente scolarizzato, cresciuto tra quelli che tra qualche anno chiameremo forse privilegi, capace di generare valore economico ma incapace di generare impatti su larga scala o semplicemente forme di lavoro non precario.
Milano si trova oggi ad un bivio. Può diventare uno dei più grandi laboratori di innovazione economica e sociale d’Europa, aprendo la strada ad una ripresa in grado di contagiare tutto il Paese. O può generare nuove forme di lusso per una nicchia globale sempre più sofisticata, costruendo campane di vetro collegate ad altre campane di vetro.
Come andrà a finire? Cosa possiamo fare per fare in modo che queste realtà crescano, e crescano bene, sperimentando non solo nuovi modelli di business e governance ma anche forme di inclusione di nuovi soggetti sociali ed economici (sia come produttori/erogatori che come consumatori)?
A dirlo saranno i protagonisti stessi di questa storia, se sapranno porsi l’obiettivo di essere realmente inclusivi, dimostrando che offrire un servizio di qualità (fatto anche di stile, ricercatezza, cultura e sensibilità ambientali e sociali) può anche non implicare necessariamente creare nuove barriere all’ingresso (che si manifestano in innalzamento dei prezzi ma anche nella scomparsa di prodotti “standard” a prezzo accessibile). Per farlo, credo, dovranno acquisire capacità e competenze manageriali ben al di sopra della media. Perchè sembra essere davvero stretta la via che tiene insieme etica ed economia. Stretta, ma anche potenzialmente in grado di generare impatti sociali (tutti da misurare) di grande valore. Ed è per questo che ha senso dedicare energie e risorse a coltivare questa opzione.
Mi piacerebbe approfondire questo discorso, per arrivare a tracciare un identikit più preciso di queste “nuove economie urbane a vocazione inclusiva”. Per arrivare ad identificare quelle caratteristiche e dinamiche che sarebbe utile moltiplicare ed amplificare. Segnalazioni di esperienze paradigmatiche e di riflessioni in linea con questo piccolo percorso di ricerca sono più che benvenute, insieme a storie di fallimenti e lezioni apprese. Soprattutto da parte di chi di queste realtà è un fortunato fruitore.