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18 Feb THE OUT-COME CITY, IL METABOLISMO DELLE NUOVE ECONOMIE URBANE

In quella che possiamo definire “epoca industriale” la nostra società ha progettato e gestito il paesaggio come ‘picture’, scenografia, piuttosto che come un ecosistema funzionante, senza riconoscere le interconnessioni esistenti fra risorse naturali, umane e fisiche. Questa visione ha condotto l’ambito urbano a notevoli trasformazioni nel corso dei decenni, sia positive sia negative, ma oggi necessita di essere rivista nel quadro delle emergenti Economie Urbane. Da questa esigenza di geografia economica urbana nascono le Out-Come City (Pelizzaro, 2017), connesse globalmente ma localmente produttive e tendenti all’autosufficienza. Motori delle Out-Come City sono i laboratori di manifattura digitale 4.0 e di formazione quali i FabLab e Maker Space  (a Milano abbiamo Wemake, OpenDotLab), che offrono l’opportunità di realizzare e produrre ciò di cui si ha bisogno per sé, oltre a riportare ai cittadini le competenze e le conoscenze necessarie per rendere la materia e la produzione manifatturiera accessibile.
Gli spazi e le tecnologie di produzione digitali presenti al loro interno, diventano un importante strumento per l’emergente economia circolare: di fatto si genera un elevato potenziale per la restituzione della produzione economica urbana sotto forma di manifattura distribuita, con micro-fabbriche e laboratori, i quali su piccola scala garantiscono una produzione più pulita, meno dispendiosa, riducendo i rischi di produzione eccessiva che il mercato produce a livello globale. Con gli ecosistemi produttivi complementari, accade che all’interno della rete locale delle Economie Urbane  (Cristina Tajani) i cittadini abbiano la possibilità di produrre quello che consumano, utilizzando i materiali di riciclo all’interno del quartiere e della città, riducendo in modo importante le emissioni di carbonio connesse con la produzione di massa a lunga distanza. Ma queste dinamiche non si limitano esclusivamente alla manifattura o alla produzione di beni.

Il cibo svolge un ruolo altrettanto importante, come delineato dalla Food Policy del Comune di Milano: attraverso l’avvio e il recupero di pratiche di agricoltura urbana, i cittadini possono coltivare parte di ciò che mangiano, rendendo la produzione di cibo pulito e locale elemento costitutivo del loro quotidiano. Ne è un esempio la riattivazione della rete delle cascine nella zona di Milano Sud vista Chiaravalle, con investimenti che si avvicinano ai 20 milioni di euro – Cascina Nosedo con il progetto Open Agri (6,5mil con Urban Innovation Actions, Cascina San Bernardo con i 4,5mil di Umanitaria, Cascina Gerola ed il progetto di Co-Housing, il Mercato di Piazza Ferrara e l’ampliamento del Parco Sud. Singoli progetti che diventeranno un programma per l’attivazione delle ‘riserve di resilienza’ per l’inclusione sociale in aree prima marginali ora giacimenti essenziali per la circolarità delle risorse, con il recupero di decine di ettari di terreni agricoli e la riattivazione di produzioni locali come i noceti. Altro elemento della possibile circolarità delle risorse nell’area Sud di Milano, è il depuratore di Nosedo. Il suo giacimento 50Mwh termici recuperabili dalla depurazione siginifica calore ‘gratis’ per circa 15.000 unità abitative del residenziale pubblico di Corvetto. I suoi fanghi invece,  vasche di concime – come oggi già fa per i consorzi agricoli della Vettabbia  – le produzioni di agricoltura urbana. Un’area, quella di Porta Romana – Chiaravalle, capace di mantenere la propria vocazione agricola ma capace di diventare laboratorio di sperimentazione per l’Out-Come City (Pelizzaro), che utilizza quello che espelle dai suoi processi metabolici per nuove economie urbane, intelligenti e circolari.
L’economia circolare delle Out-come City riduce la domanda di energia e di materiali e Milano, con il 65% di recupero del rifiuto organico, ne sono una dimostrazione. Questi fenomeni pongono le condizioni per la città di riportare la produzione di beni nel suo tessuto urbano. Una vera e propria economia circolare rilocalizza la produzione manifatturiera, e non solo, nelle sue cellule resilienti al mutamento – frammenti di paesaggio, lacerti infrastrutturali, quartieri in riciclo funzionale, permettendo alla città di assumere una forma più elastica, meno resistenti all’innovazione e più adattative (Maurizio Carta).

L’Out-come City riduce le distanze tra i giacimenti ed i suoi beneficiari, ripensando  le modalità della distribuzione dei beni, sull’esempio di Londra che immagina di utilizzare la metropolitana come rete per la logistica notturna riducendo la presenza dei veicoli nelle strade e rendendo produttiva un’infrastruttura ‘dormiente’ durante la notte. Le Out-come City sono città che sono capaci di ripensare il flusso di materia e i tempi delle loro economie. Una città circolare non perde comunque la capacità di guardare oltre i propri confini, esporta la materia in eccesso nelle filiere di altri contesti urbani, un esempio ci viene da Amsterdam che connette la produzione della moda locale con giacimenti nel territorio milanese.
Ecco quindi che le città oggi diventano il risultato di un approccio olistico, caratterizzato dalla circolarità delle variabili che compongono il metabolismo urbano. Tendono all’ottimizzazione del benessere dei cittadini e della gestione delle risorse (energia e materia) per l’intero ciclo di vita. L’ecosistema resiliente urbano inteso così come un paesaggio progettato e gestito per minimizzare l’impatto sull’ambiente e massimizzare il ritorno economico e sociale nel lungo periodo.